Valentina Curà


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Testo critico di Franco Pesci

Le immagini surreali di Valentina Curà, che vuole dare a se stessa una scelta libera dalla realtà, vogliono dire "inconscio" e l'inconscio è il desiderio: si sogna tramite immagini per piacere e per soddisfazione nell'elaborare una realtà che non contiene più desiderio.
C'è nei suoi ultimi lavori il mistero della bellezza che vuole rimanere tale malgrado il dolore ( la bella serie di "Emikronos" ) e la fedele presenza della morte vista come compagna ineludibile che gioca con te ( "Dove mi porti, tu?").
La bellezza permane fin quando si cela nella sua apparenza ma la vita le porta via l'essenziale, perciò deve custodirsi contro di essa e l'essenziale della bellezza è questa sua appartenenza fatta di veli e corpo ("Amore e Morte" ).
La vita getta via i veli e prende il corpo, ma con ciò la bellezza si dissolve.
C'è nella pittura di Valentina Curà la voglia di liberarsi da vincoli e tutele. E' un riscatto dell'infedeltà se si vuole essere fedeli a se stessi.



Un surreale "realistico": allusioni alla molteplicità


Valentina Curà nei suoi dipinti e illustrazioni usa diverse tecniche, come l'acrilico e la penna a sfera. Nelle opere di Valentina Curà vi è una costante: la figura umana, maschile o femminile, come soggetto di un'ambientazione spesso urbana, fatta di edifici, labirinti, paesaggi naturali di ispirazione surreale. Le sue figure dei manichini grafici, hanno una fisicità vicina al reale, un reale guardato con ironia e provocazione. In alcuni dipinti vi è un'allusione sagace allo sgretolarsi dell'uomo come individuo portatore di valori, che è concepito come privato di pensiero rispetto ad un mondo che lo "manipola" costantemente. Così l'individuo, in alcuni disegni imprigionato in un mondo estraneo, divorato da esso, galleggia inerme al di sopra di una realtà urbana tutta uguale ed anonima, spersonalizzata, viene "torturato", tagliato, duplicato, rattoppato, gonfiato, vittima di una realtà avversa che gli impedisce di pensare, di usare il suo stesso raziocinio. Nelle opere pubblicate notiamo la duplicazione ripetuta della figura umana, sia essa maschile o femminile, con sullo sfondo una grafica che allude allo spazio urbano e della vita. I bei volti classici delle sue raffigurazioni riflettono angosciati e rattristati, le sue "teste", raffigurate su sfondi di semplici segni grafici o di volti voraci, a colori rosso-grigio-nero si guardano intorno attonite, osservando quello che accade e preoccupate di quello avverrà, lottando fra di loro ferocemente per la sopravvivenza.

Irene Vairo



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